Io sono la voce di mio figlio, che non parla ma comunica, come dice la sorella.
Mio figlio urla quando dice no in maniera scostumata, ride quando si diverte, batte le mani quando è contento, fa vocalizzi quando è soddisfatto, sorride ai complimenti e ai “ti voglio bene”, sa stamparti un bacio sulla guancia.
Mio figlio indica ciò che vuole, dice sì e no con la testa, dice grazie portandosi la mano al petto e le sue espressioni ci aiutano molto a comprendere quello che ci vuole comunicare.
Mio figlio ha sempre usato tutti i tipi di immagini per farsi capire, con e senza comunicatore, anche cercandole sullo smartphone per farcele vedere.
Mio figlio comunica grazie a noi e all'ambiente in cui vive.
Noi abbiamo creduto in Jacopo ma non possiamo crederci solo noi.
Dall'ultimo post in cui annunciavo il ritorno a scuola di Jacopo, ho cautamente taciuto su come stesse andando perché le variabili in gioco erano (sono) troppe e il percorso è lungo, complesso e in salita... ma almeno c'è bel tempo e abbiamo recuperato compagni di cordata :)
Qualche giorno fa, scrivevo:
Di questo faticosissimo (per me) percorso di reinserimento scolastico potrei raccontarvi tutte le piccole e grandi conquiste che siamo riusciti a fare, proprio nel momento in cui temevo che non saremmo più riusciti a recuperare la fiducia di Jacopo negli adulti che lo circondano.
Raramente ho vacillato nella convinzione delle sue capacità di recupero (la sua storia scolastica è punteggiata di tanti stop-and-go) ma, dal lockdown in poi, coinciso con il passaggio alla secondaria e la scomparsa di tanti punti di riferimento, è stato un avvitamento inarrestabile, culminato con la "resa" all'istruzione parentale.
Il minor male possibile in quel momento ma pur sempre una scelta che certificava una sconfitta.
Abbiamo ripreso fiato e coraggio... e siamo tornati. Nella stessa scuola che avevamo abbandonato, con nuovi docenti e nuova Dirigente. Nello stesso luogo...
Quanto sia complicato modificare il comportamento di una persona autistica in un ambiente che ha "modellato" le sue risposte comportamentali in un certo modo, ve lo lascio immaginare.
Però l'altro giorno Jacopo ha accettato di tornare in aula, anche se vuota. Dirlo così sembra facile o riduttivo ma c'è voluto un lungo e attento percorso perché non si aggrappasse allo stipite della porta.
Prossimi obiettivi: aula piena a piccole dosi.
Oggi è stato il giorno in cui abbiamo provato a fare il "grande salto" e a convincere Jacopo a fare almeno un'attività in classe con la presenza degli altri compagni, a cui è stato presentato con il suo "passaporto" e per il cui evento il prof ha scritto un'apposita storia sociale.
Nel momento in cui scrivo, non conosco i particolari ma mi è bastata una foto per capire com'è andata e sorridere sulla mediazione che il prof è riuscito a fare: banco in aula e Jacopo seduto in corrispondenza della soglia della porta. Mi riscalda il cuore vedere la caparbietà di entrambi nel trovare sempre una terza via...
Quando abbiamo ricominciato la scuola a settembre, Jacopo era in uno stato che - sui manuali - viene descritto come "impotenza appresa": nessun tipo di collaborazione, rifiuto dei simboli, rifiuto di ogni comunicazione che non fosse strettamente legata a bisogni essenziali e ristretti e/o con estranei al nucleo familiare. Io ero emotivamente annichilita.
Nelle note della famiglia allegate al verbale dell'ultimo tavolo di rete in cui ci riuniamo per Jacopo e con cui abbiamo pianificato il suo ritorno a scuola, sottolineavo:
Parallelamente al periodo di pairing scolastico, anche a casa ci siamo messi “in ascolto” di Jacopo, curando in particolare l’anticipazione degli eventi e il suo coinvolgimento costante in ogni decisione che lo riguardasse nonché negli avvenimenti casalinghi. Abbiamo cioè cercato di dimostrare a Jacopo che poteva influenzare la sua vita e che la sua “voce” aveva un peso.
Questo significa "contrattare" e cercare mediazioni. Con rispetto e senza stancarsi, lavorando e impegnandoci tutti "a testa bassa e con Jacopo nel cuore".
S'intitola così l'articolo con cui la Fondazione Trentino Autismo annuncia l'episodio di abbandono ai servizi sociali di un bambino autistico di 11 anni che la famiglia non vuole più.
Se una famiglia si arrende, le Istituzioni hanno fallito, si legge.
Mi hanno chiesto cosa ne pensassi.
Niente. Non riesco a pensare niente se non a tutte le volte in cui ci siamo sentiti (e ci sentiamo) soli, disperati, senza prospettive nonostante tutto il nostro impegno e il nostro amore per Jacopo.
E’ venuto meno il patto di aiuto ai deboli, il mandato etico, ancor prima che costituzionale -fondamento di ogni società che voglia dirsi civile-, di sostegno ai componenti più fragili delle nostre comunità.
Sì. Avere una persona autistica in famiglia significa, in primis, prendere coscienza di questo. Questa è la nostra realtà.
Salvati e salvalo se sei capace.
Non posso e non voglio entrare nello stato d'animo dei genitori che hanno preso questa decisione per me impensabile. Assisto impotente al naufragio come tutti. Ognuno conta solo sulle proprie forze: loro non ne avevano più, si vede.
E' il terno al lotto di nascere autistico. E che la famiglia te la mandi buona.
“Essere autistici non significa non essere umani, ma essere diversi. Quello che è normale per altre persone non è normale per me e quello che ritengo normale non lo è per gli altri. In un certo senso sono mal “equipaggiato” per sopravvivere in questo mondo, come un extraterrestre che si sia perso senza un manuale per sapere come orientarsi. Ma la mia personalità è rimasta intatta. La mia individualità non è danneggiata. Ritrovo un grande valore e significato nella vita e non ho desiderio di essere guarito da me stesso. Concedetemi la dignità di ritrovare me stesso nei modi che desidero; riconoscete che siamo diversi l’uno dall’altro, che il mio modo di essere non è soltanto una versione guasta del vostro. Interrogatevi sulle vostre convinzioni, definite le vostre posizioni. Lavorate con me per costruire ponti tra noi” (Jim Sinclair, 1998).
Quando sento parlare di "cura" per "tutte le forme di autismo", mi risuonano in mente queste parole. Le sfumature dello spettro sono innumerevoli. Le barriere che ne derivano per l'autonomia, il benessere e la partecipazione sociale sono peculiari per ogni singola persona in questa condizione.
Pensare che "l'alto funzionamento" e/o che l'analfabetismo relazionale/emotivo di partenza siano più accetti socialmente rispetto alla paura ancestrale che incute una persona "severamente autistica" è un'illusione. La società non perdona la mancanza di omologazione comportamentale e non fa sconti a nessuno.
Ma se non siamo noi genitori, per primi, a costruire ponti verso i nostri figli, come potranno mai farlo gli altri? Siamo noi a doverci interrogare sulle NOSTRE convinzioni. Siamo NOI a doverle definire per primi. Quando sento parlare dell'autismo come "l'uomo nero" che ci ha rapito i nostri figli, capisco subito che i cantieri non sono stati neanche inaugurati per realizzare quei ponti che ci permettono di allontanarci dal fantasma di quel figlio che vive solo nella nostra testa e impedisce a quello che vive nella nostra casa di prendere il posto che gli spetta.
Come madre che vive lo spettro autistico a 360°, non posso non stigmatizzare come inaccettabile la campagna di comunicazione commissionata dalla Rai in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull'Autismo, addirittura candidato "agli Oscar della televisione". Il messaggio è altamente fuorviante e offensivo nei riguardi di noi genitori, nonché di noi madri in particolare.
Non abbiamo bisogno che sia la RAI a spiegarci "che dobbiamo metterci il cuore", come ha scritto Nicoletti, perché non abbiamo bisogno di essere riportate sul banco degli imputati e non c'è nulla che non vada nel nostro rapporto con loro.
appassionanti le pagine dedicate all’influenza del pensiero di Bruno Bettelheim e del suo celebre volume “La fortezza vuota”, dato alle stampe per la prima volta nel 1967. Quel libro, che ratificò il concetto di madre frigorifero, accusava i genitori di essere responsabili dell’autismo dei propri figli. In breve il trattato divenne un best-seller, la cui dolorosa influenza ebbe una ripercussione mondiale, ancora oggi lungi dall’essere cancellata. Ma l’opera di Bettelheim andò molto oltre: per lui l’autismo era una malattia che si poteva curare solo separando i bambini dai genitori. Una pratica concretamente attuata nella Orthogenic School, dove i piccoli vivevano lontano dalle famiglie. Dopo la morte del luminare, la residenza divenne oggetto di critiche da parte dei sui stessi ex allievi, i quali raccontarono di aver subito violenze sia fisiche che psicologiche. Ci vollero anni per assolvere definitivamente i genitori, e in alcuni contesti l’accusa è ancora dura a morire..
Questo spot non serve né alla conoscenza né alla comprensione dell'autismo ma è chiaramente finalizzato a fare audience, facilitando quella lacrimuccia liberatoria per sentirsi la coscienza a posto nelle giornate "dedicate".
Ci sono bambini chiusi e con poco interesse sociale e bambini che si chiudono perché sono quasi "senza pelle" nei confronti del mondo. Ci sono bambini che sono aperti al mondo ma comunicano e interagiscono goffamente. Ci sono bambini che hanno una percezione differente del mondo. Ci sono bambini che lo elaborano in modo differente e bambini che lo elaborano bene ma hanno difficoltà a condividere quello che pensano. Ci sono bambini... ci sono infiniti modi in cui essere autistici e infiniti modi in cui l'autismo si manifesta.
Ma non c'è nessuna bolla e nessun bambino nella bolla.
Sono le famiglie che vengono confinate nella bolla dell'indifferenza sociale, sole a supplire tutto ciò i cui necessitano i loro figli.
Siamo noi rinchiusi nella bolla, quando ci spedite da un ufficio all'altro a combattere a suon di carte bollate per i diritti dei nostri figli nell'indifferenza generale.
Siamo noi rinchiusi nella bolla, quando la scuola respinge i nostri figli, incapace di dare una risposta ai loro bisogni e ci affronta come avversari da tacitare durante i GLH, ergendo barriere che ci fanno sentire ancora più soli.
Siamo noi rinchiusi nella bolla, quando andiamo a lavorare senza aver dormito e lavoriamo e studiamo fino allo sfinimento perché la famiglia è condannata a "prendersi in carico" da sola.
Siete voi che ci rinchiudete in una bolla. Perché è più comodo così.
“Io e Jacopo - ricorda Maria Grazia - abbiamo passato molti momenti difficili insieme. Momenti in cui eravamo soli, magari perché ricoverati in qualche ospedale a centinaia di chilometri da casa, o perché non c'era nessuno che potesse aiutarmi in quel momento anche se ne avrei avuto bisogno... Ho dovuto prendere tante decisioni per lui senza avere sempre la possibilità di chiedere consiglio. Jacopo è la mia forza e la mia debolezza. Mi rende debole perché lui è la mia carne viva, esposta senza alcuna protezione agli urti inconsapevoli di passanti frettolosi. Mi rende forte perché io sono il suo scudo”. Maria Grazia, che è vicepresidente dell’associazione onlus “Genitori tosti in tutti posti”, non vuole sentire parlare di “croce”: “Non permetto a nessuno di dire che ho avuto una croce, non voglio fare la mamma martire”, ma ammette di scontrarsi con un mondo che si nasconde la possibilità di “modelli diversi dalle icone di plastica dominanti nella cultura dell’apparenza e del successo”. La società “isola ciò che non vuole vedere e, paradossalmente, accoglie in modo più benevolo chi non ha la forza di affrancarsi dal dolore”, mentre fa fatica ad accettare “una famiglia che, pur nella sua condizione, si sforza di continuare a vivere una vita ‘piena’ e rivendica il diritto di non essere condannata al compatimento”.
Vi ricordate il simbolo nuovo di zecca per il ristorante che avevo preparato recentemente? Beh, oggi lo abbiamo usato in
una carta di transizione per spiegare a Jacopo dove saremmo andati oggi.
La questione del mangiare con gli altri è sempre stata un po' complicata, come ricorderanno i lettori più affezionati.
Durante la scuola dell'infanzia, Jacopo ha fatto passare un paio di anni prima di mangiare con i propri compagni a mensa...
Perso questo prezioso momento di aggregazione con l'approdo alla primaria, la situazione non si è evoluta.
Le ultime due volte che siamo stati nel ristorante in cui abbiamo mangiato oggi, le urla di Jacopo hanno riempito i vicoli
e io ho passato la serata sui gradini esterni al ristorante insieme a lui. Secchiate di frustrazione per tutti.
"Mangiare con altri in un ambiente che non è la propria casa" è un problema che, nella condizione dello spettro autistico,
va ridefinito nei termini di: 1) "Mangiare con altri" (condivisione di tempi, spazi e suppellettili); 2) "Mangiare in un
ambiente che non è la propria casa" (tipo di ingresso, colori, odori, rumori, visi nuovi, diversi tempi di attesa, diverso
arredamento).
Chi ha un figlio autistico deve affrontare la conquista dell'andare a mangiare fuori con la famiglia al completo, lavorando
specificatamente su questi due aspetti (ovviamente con largo anticipo rispetto alle prime esperienze sul campo).
Oggi sono andata a fare un giretto all'Ikea con Jacopo e sua sorella alla ricerca di qualche accessorio estivo per la casa in campagna. Dopo la sosta obbligata al bar e l'acquisto di un nuovo set di trenini di legno per il piccolo, ci siamo avviati all'ascensore per scendere alle casse.
Due signore davanti a me scambiano qualche parola con un uomo con una bimba in braccio (che rimane fuori) ed entrano con gli occhi bassi.
Alla chiusura delle porte, gli occhi si rialzano e, noncuranti della mia presenza, le signore cominciano a scambiarsi informazioni sul signore di cui sopra (che evidentemente conoscevano) circa il suo luogo di lavoro ma, soprattutto, chiedendosi se quella fosse la prima o la seconda figlia con aria contrita.
Realizzo in quel momento che si trattava di una bambina con la sindrome di Down ma di aver rilevato il dettaglio esattamente come quello dei suoi capelli biondi :)
Mentre si aprono le porte, un gran sospiro accompagna il commento "Quelle sono le vere fregature della vita!". Sorrido tra me e me mentre ognuno prende la propria strada con le proprie di fregature. Visibili e invisibili.
oggi è l'ottava giornata mondiale della consapevolezza dell'autismo. Di questa iniziativa tu, probabilmente, non ne sarai mai "consapevole" ma noi che ti vogliamo bene sì.
I tuoi compagni di classe ti hanno scritto per dirti quello che significhi per loro e che cosa hai loro insegnato. Questo, invece, l'hai sentito. Di questo ne sei consapevole perché tu non sbagli mai quando le persone sono sincere.
E' per questo, forse, che hai permesso loro di scrivere sui gessi che hai momentaneamente alle gambe, nonostante all'inizio ti fossi rifiutato non capendo questi rituali che a noi neurotipici piacciono tanto.
Però ora, ogni volta che ti alzo il pantalone per guardarli e ti chiedo se sono stati i tuoi amici, ridi felice insieme a me.
Anche io vorrei essere in grado di raccontare cosa ho imparato da te, anche se sono tali e tante che i pensieri si ingarbugliano con le emozioni e non so da dove cominciare.
Ogni mamma cresce e impara insieme al proprio figlio ma noi due abbiamo dovuto incominciare veramente da lontano. Soprattutto all'inizio è stato un percorso difficile anche fisicamente e sensorialmente perché i nostri ritmi sonno-veglia non coincidevano e i rumori che piacciono a te non sempre piacciono a me.
Mi hai distrutto un sacco di ricordi a cui tenevo tanto e questo mi ha fatto molto arrabbiare :) però so che non volevi fare male a me ma solo manipolare a maniera tua degli oggetti interessanti. Di conseguenza, ho imparato a "lavorare su me stessa" per accettare che gli oggetti rotti non cancellano i ricordi e che talvolta viaggiare leggeri è necessario se si accetta l'imprevedibilità della vita.
Non so se sono una donna migliore di quello che ero ma sono comunque diversa da ciò che avevo immaginato.
Oggi è il 2 aprile ma la fierezza e la gioia di essere tua madre cerco di testimoniarla tutto l'anno, soprattutto a quei genitori che non ce la fanno a perdersi nel blu dipinto di blu. Leggo tante volte la sofferenza nei loro occhi e vorrei abbracciarli forte per aiutarli a rialzarsi ma il peso che grava sulle nostre spalle è tanto...
Nonostante le belle parole e i palazzi illuminati di blu per l'occasione, a pensare a voi ci siamo essenzialmente solo noi genitori. Siamo soli e alcuni sono più soli degli altri. A questo dovrebbero servire giornate come questa: a ricordarsi di non lasciare solo nessuno.
Ti vogliamo bene, amore mio. Questa canzone è per te.
Si sa che con Jacopo capita di far visita a quel luogo ameno che chiamiamo ospedale, di tanto in tanto. Questa volta era programmata e forse, proprio per questo, l'ho molto "sofferta". Non perché l'altra avventura ;) sia stata una passeggiata ma ogni volta che mi/ci tocca fare una scelta come genitore/i il peso della responsabilità rischia di soffocarti. Tutti i genitori hanno questo fardello ma il nostro sembra pesare un po' di più, a volte... Il mio sicuramente.
Sento molto forte la responsabilità della "mediazione del dolore" con lui. Lui sente questa mia responsabilità e mi sostiene. Sa quando dobbiamo fare squadra. Quando deve "parlare" con me.
Al nostro ritorno, la nostra consegna era di non farlo camminare né correre fino alla fine della giornata. Un po' complicato... Però Jacopo ha deciso da solo che era il caso di riposarsi e io l'ho raggiunto sul letto con il pc e le sue filastrocche preferite.
In teoria avrei dovuto controllare che non si alzasse ma sono crollata ascoltando canti di bimbi mentre Jacopo mi tranquillizzava selezionando video e dandomi bacini sulla testa. Cosa farei senza di lui? :)
L'approccio alla condizione dello spettro autistico può essere molto diverso a secondo che questa venga percepita come qualcosa da modificare il più possibile in un'ottica “normalizzatrice” o che si basi sulla consapevolezza del rispetto necessario a una maniera diversa di approcciarsi al mondo. Come genitori di Jacopo, siamo consapevoli che la nostra accettazione del bambino nella sua interezza e nelle sue peculiarità (frutto di un lungo e non facile processo di accettazione dei nostri limiti e delle “naturali” difficoltà di rimodulazione delle aspettative genitoriali) è un atteggiamento che non può essere imposto ma da cui non possiamo né vogliamo prescindere. Da questo punto di vista, la nostra fortuna è stata quella di aver incontrato persone che ci hanno ascoltato e che si sono “aperte” a questa visione. Sicuramente questo è il principio cardine su cui si sono basate le relazioni e il lavoro delle persone che lavorano per e con Jacopo, senza il quale tutto quanto detto e scritto fino a ora, non avrebbe avuto senso.
Tratto dal documento allegato al verbale dell'ultimo GLHO.
Stamattina ho trovato un contributo molto interessante di Olga Bogdashina (linguista russa con un figlio autistico) sulla comunicazione nell'autismo. Poiché il fraintendimento tra linguaggio e comunicazione è una delle maggiori difficoltà da affrontare quando si parla di Bisogni Comunicativi Complessi, ritengo che sia una preziosa fonte di studio e riflessione. Qui di seguito, qualche stralcio significativo (il grassetto è mio)...
Nell’autismo ambedue le forme verbali e non verbali risultano compromesse e, anche se la capacità di linguaggio è buona, come nel caso di individui ad alto funzionamento, la comunicazione e l’uso sociale del linguaggio sono deteriorati.
A questo punto, quali sono le nostre priorità? Affrontare i deficit di comunicazione o di linguaggio?
Le persone con autismo non sono deficitarie dal punto di vista della “comunicazione” perché esse comunicano e lo fanno sempre...
Le persone non autistiche sono spesso disorientate dalla comunicazione “bizzarra” delle persone autistiche, ma anche viceversa.
La comunicazione è un processo a due vie e ci vogliono due persone per comunicare e non è vero che tutti i problemi dipendano dalle persone con autismo.
Le persone neurotipiche hanno molto da imparare sull’arte della comunicazione con individui che non conversano nello stesso modo, sia attraverso il linguaggio verbale che quello non verbale.
Quelli definiti come “deterioramenti della comunicazione” nell’autismo, in realtà sono modi qualitativamente diversi per interagire, comunicare, processare le informazioni, che non coincidono con quelli convenzionali...
nel latino tecnico adoperato un tempo dai tipografi e significa propriamente 'correggi (corrige, forma dell'imperativo) le cose errate, gli errori (errata, neutro plurale)' [C. Vallone].
Praticamente, si tratta di un
elenco degli errori riscontrati, a stampa ultimata, in un libro, e che viene stampato, con le relative correzioni, dopo l'indice, oppure anche in foglietto a parte, inserito in principio o in fondo al volume.
Al tempo delle redazioni online. il problema dell'errata corrige sembrerebbe essersi risolto dal punto di vista pratico: cosa ci vuole a modificare una pagina dopo averla pubblicata? Nulla ma ci sono errori che possono essere corretti senza darne pubblico avviso agli utenti (es. errori ortografici, di battitura, ecc.) ed altri che richiederebbero una rettifica esplicita (es. quando si cambiano i contenuti di un articolo).
Il perché di questa premessa vi apparirà subito chiaro.
Al mio ritorno dal seminario del 2 aprile, pur molto stanca, ho dato un'occhiata alla posta e mi sono soffermata sugli articoli inviatimi automaticamente dal Press-in
servizio di rassegna stampa gratuito che permette di ricevere ogni giorno nella propria casella di posta elettronica o di consultare on-line, una selezione degli articoli più significativi che la stampa italiana - nazionale e locale, generalista e specializzata - e i portali web dedicano al tema della disabilità.
La lettura dell'articolo apparso sul Redattore Sociale del 02-04-2014 dal titolo "Autismo, Hanau: 'Basta con i libri scritti dai ragazzi prodigio'" (qui la versione pdf della email arrivata al mio account di posta) mi ha - testualmente - agghiacciato.
Come un pugno in faccia a me e ai miei figli quel "L’autistico è una persona che non sa pensare..." ha continuato a rimbombarmi nella testa tutta la sera. Tralascio tutte le considerazioni specifiche/scientifiche su questa enormità per soffermarmi sul dolore che mi ha procurato leggendola. A nome di tutti i genitori e di tutte le persone nella condizione dello spettro autistico mi aspetto delle scuse e delle spiegazioni. Le spiegazioni riguardano il rimaneggiamento dell'articolo in questione (che qui potete vedere nella sua versione originale grazie a quella che si chiama copia cache), che ha addirittura due versioni diverse (basta saper cercare).
Seconda versione
Terza e ultima versione
Posto ciò, credo che sia doveroso sapere pubblicamente di chi sono le correzioni, perché sono state fatte e perché l'errata corrige non è stata segnalato come si sarebbe dovuto. E' diritto nostro e dei nostri figli.
I filmati di Jacopo sono stati fondamentali negli scorsi anni per conoscerlo meglio, per guardarlo in altri ambienti e in relazione ai suoi pari. Per me è stato molto importante guardarlo e riguardarlo a distanza.
A posteriori, mi sento di invitare i genitori a filmare e a postare ciò che vogliono condividere del proprio figlio. Condividiamo la quotidianità. Usciamo dall'eccezionalità di quelle persone nella condizione dello spettro autistico a cui tanto dobbiamo per la conoscenza che ci hanno donato e partecipiamo alla narrazione. Comincio io... :-)
Questo è Jacopo alla scuola dell'infanzia nel 2011. In quel periodo si dormiva poco e Jacopo cominciava a sentire il sonno mancante. Se poi ci mettete la musica e la pittura...
Io e Jacopo abbiamo passato molti momenti difficili insieme. Momenti in cui eravamo soli, io e lui. Magari perché ricoverati in qualche ospedale lontano centinaia di chilometri da casa o perché non c'era nessuno che potesse aiutarmi in quel momento anche se ne avrei avuto bisogno...
Ho dovuto prendere tante decisioni per lui senza avere sempre la possibilità di confrontarmi, chiedere consiglio e aiuto.
Non sempre la vita e le circostanze te lo permettono.
Come dico spesso, Jacopo è la mia forza e la mia debolezza. Mi rende debole perché lui è la mia carne viva, esposta senza alcuna protezione agli urti inconsapevoli di passanti frettolosi. Mi rende forte perché sono il suo scudo.
Lo scudo di una persona che non parla ma comunica. Una comunicazione in cui siamo entrambi alla pari: lui impara, io imparo.
Nei momenti di debolezza, lo scudo si attiva perché facciamo squadra. Come quando mangiamo la pizza.
Quando era più piccolo, Jacopo la mangiava sempre con piacere. Poi, come è capitato con altri alimenti, è scomparsa dalla sua dieta.
La prima volta che abbiamo condiviso il mangiare una pizza con gusto e voracità è stato al Besta di Milano dopo qualche giorno di digiuno: lui non gradiva i pasti ospedalieri e io non riuscivo a scendere giù in mensa perché non sapevo a chi lasciarlo. Una sera sono riuscita ad entrare in uno di quei giri clandestini di mamme che, la sera tardi, si ordinavano la pizza per fare due chiacchiere dopo aver messo a dormire i bambini. (Per la cronaca, io andavo a dormire sempre insieme a Jacopo perché se volevo lavarmi dovevo alzarmi all'alba e se si svegliava di notte, dovevo uscire dalla stanza per non disturbare i vicini di letto. E poi alle 8.00 già non mi reggevo in piedi...)
Comunque sia, quella pizza è ancora viva nei miei ricordi.
Anche stasera ce ne siamo mangiata una. O, meglio, ne abbiamo condivisa una. Un segnale? Un déjà vu? Comunque facciamo squadra.
Eh sì! Non si può negare che oggi sia stata una giornata importante per l'officina... ;) Abbiamo portato Jacopo "in esplorazione" nella sua nuova scuola, per cominciare a farlo ambientare con volti e spazi nuovi (come da manuale ;) ).
A Jacopo piace molto andare a scuola e, anche se non era quella "vecchia", l'ha riconosciuta subito come tale. Di conseguenza, la prima mezz'ora abbiamo dato il meglio di noi, entrando subito in modalità "elettrone impazzito" con urla annesse (nonché connesse al significato "devo assolutamente andare a vedere ovunque e tu non mi puoi fermare").
Fra me pensavo che come presentazione forse era un po'... forte e che sarebbe stato difficile spiegare che non fa sempre così, ringraziando in cuor mio l'esistenza dell'archivio video con cui poter rincuorare un minimo maestre e collaboratori scolastici (a cui devo un calendario da tavolo che Jacopo ha sequestrato e distrutto nel giro di poco).
Dopo una breve tappa alla reception, abbiamo esplorato salone e bagno finché - soddisfatto del giro orientativo - si è fiondato in un'aula dove un gruppo di insegnanti stava programmando e non c'è stato verso di portarlo via se non dopo averlo lasciato stare seduto un po'vicino a un banco e avergli lasciato toccare un po' di suppellettili varie.
Immaginate la scena: io che sto dietro all'erinni :-D scusandomi con le colleghe dell'irruzione mentre sposto borse, libri e quanto cada sotto l'attenzione del piccolo! Per fortuna che noi genitori auties sviluppiamo (per pura sopravvivenza) una faccia di tolla non indifferente con il tempo, che tiriamo fuori appositamente in queste occasioni... :-D
Il problema è che Jacopo aveva capito benissimo che era a scuola ma, proprio per questo, si aspettava che qualcuno lo facesse lavorare e che io me ne andassi. Poi abbiamo scoperto la palestra e lì è stata l'apoteosi: strisce e cerchi da seguire per terra, pareti chiare, spazio in cui correre...
Jacopo esplora la palestra
Era felice proporzionalmente alle urla e ai pianti che si è fatto fino a casa.
Mi sono chiesta allora (e ancora mi sto chiedendo) se, pur nella necessità di favorire il passaggio alla primaria, oggi non gli abbiamo fatto quasi un "tradimento" a "far finta" di portarlo a scuola. Ci devo riflettere un po' su...
ps informerò al più presto il collaboratore scolastico che la sua maglietta rossa con lo stemma è un oggetto altamente ipnotico per Jacopo: lo avrà reso una persona molto interessante ai suoi occhi (come avrà potuto sospettare mentre Jacopo "maneggiava" il suddetto stemma) :-D
Dovremo essere sempre riconoscenti a Jacopo della grande riflessione su COME comunichiamo. È' stata ed è sempre una grande sfida. Siamo più attenti ai gesti, agli sguardi, ai contesti... Quando sono infelice e' perché non c'è comunicazione. Ultimamente sono molto felice :)